Valutazione
I giochi seri e l’apprendimento formale e informale
L’esperienza accumulata nel corso del progetto e-VITA viene utilizzata per studiare la relazione tra i giochi seri e l’apprendimento formale e informale.
Il progetto e-VITA promuove e analizza l’innovazione incentrata sulla pedagogia definendo e valutando quattro diversi approcci pedagogici. Inoltre, mira a facilitare i meccanismi di trasferimento della tecnologia che integrano il Game Based Learning e concetti di apprendimento intergenerazionali. Nell’ambito del progetto, è stata sviluppata una serie di giochi volti ad aumentare la consapevolezza culturale europea trasmettendo esperienze al di là dei confini nazionali di europei più anziani. Presentiamo qui la prima parte della valutazione dei risultati da parte degli esperti.
Una proposta per la valutazione comparativa degli oggetti per l'apprendimento
L'articolo introduce le direttrici del sistema bLO che hanno fornito le linee guida per lo sviluppo degli strumenti. Questo sistema include tre strumenti principali, due dei quali completati, e un'integrazione per migliorare l'applicabilità del metodo. Include uno strumento di gestione dei profili basato sullo standard LOM, il sistema indicatore di valutazione comparativa, e propone una mappa delle competenze che funge da meccanismo di miglioramento continuo. Inoltre, è stato messo a punto un sistema per misurare l'efficienza e l'efficacia come complemento della matrice di indicatori.
Il sistema bLO è stato applicato in due contesti diversi. Per verificare l'applicabilità di questo metodo, sono stati usati tre moduli di un Master in costruzioni. I dati forniti da questo test sono stati importanti per migliorare gli strumenti, in particolare il sistema di indicatori. Successivamente, il metodo bLO è stato utilizzato come strumento di valutazione per alcuni dei risultati del progetto europeo "E3: Electronically Enhanced Education in Engineering", il quale mirava a sviluppare gli OA scambiati e valutati tra i partner internazionali.
Infine, l'articolo propone diverse aree per lo sviluppo di un lavoro futuro, volto a migliorare il sistema e a integrarlo ad altri sistemi.
This paper was adapted from one originally presented and published at the EDEN CONFERENCE 2004.
Il gruppo di scambi linguistici Shared Talk vince il concorso "La mia risorsa e-learning preferita"
Bernard Vanderydt ha proposto la risorsa vincitrice, un gruppo di scambi linguistici di nome Shared Talk (http://www.sharedtalk.com), e lo descrive così:
Secondo la giuria del concorso, Shared Talk è una risorsa dai contenuti molto ampi, basati sullo sviluppo della comunicazione e del gruppo: tutti elementi raggiunti con successo.
L'interfaccia della pagina è piacevole e stimola gli utenti a partecipare e a rimanervi, anche solo per navigare. Gran parte delle risorse era destinata all'apprendimento delle lingue. Oltre a queste risorse di apprendimento linguistico troviamo anche corsi di Internet e tecnologie dell'informazione.
Inoltre, tra le risorse presentate è stato osservato un interesse generale per i siti web che enfatizzano la coscienza europea e mondiale, il rispetto per la popolazione e la diversità, e la consapevolezza di ciò. Le risorse presentate mostrano che gli utenti, tendenzialmente, preferiscono web in cui sia possibile interagire, magari attraverso forum o chat, condividendo esercizi e domande che si pongono l'un l'altro. In questo modo gli ambienti wiki o di apprendimento permettono agli utenti di creare dei gruppi.
D'altra parte, le risorse che includono giochi o animazioni sono le preferite dai partecipanti, anche nel caso di quelle per adulti. Molti insegnanti hanno mandato i siti preferiti che utilizzano nell'insegnamento, a dimostrazione del fatto che questo tipo di risorse è usato spesso in classe.
La maggior parte dei partecipanti ha manifestato un forte interesse e un grande entusiasmo per il concorso.
Le migliori risorse
Il concorso ha ricevuto una quantità notevole di risorse valide e utili oltre a quella del vincitore. Le migliori sono le seguenti:
Notenmax: scuola di musica virtuale (Germania)
http://www.notenmax.de
Risorsa semplice e amena che combina elementi tecnici appropriati per un risultato originale e divertente.
Geogebra (Austria)
http://www.geogebra.at
Un ottimo strumento per imparare la matematica, formule aritmetiche e rappresentazioni grafiche. È disponibile in più lingue ed è una risorsa tecnica e specifica.
ENO – Environment Online (Finlandia)
http://eno.joensuu.fi
A questa scuola virtuale per lo sviluppo sostenibile e l'internazionalizzazione partecipano attualmente 75 paesi. Gli studenti raccolgono informazioni aggiornate sul loro ambiente circostante e le mettono a disposizione sul web. Il materiale è pubblico e gratuito per tutti.
NBPortal.pl (Polonia)
http://www.nbportal.pl
La risorsa offre svariati strumenti per imparare l'economia. È utile, divertente e contiene molte informazioni (marketing, borsa, finanza, eccetera). È basata su presentazioni originali, giochi, corsi, puzzle, cruciverba, ecc.
THOT (Francia)
http://thot.cursus.edu
Un portale di apprendimento on-line versatile e molto ben presentato. Offre anche notizie e altre informazioni.
PEGASUS Campus (Francia)
http://www.campus-pegasus.org
Un corso on-line per entrare all'università. Specifico e interessante.
Efizyka.pl (Polonia)
http://efizyka.pl
Un corso interattivo di fisica per professori, studenti e chiunque sia interessato alla fisica. È pratico e nel contempo teorico, divertente e professionale, e vi si fa uso di terminologia scientifica.
E-VHF GMDSS (Slovenia)
http://www.egmdss.com
Contenuti adeguati per marinai interessati a conseguire il certificato di base SRC (Short Range Certificate) e a fare esercitazioni prima di navigare. L'unico simulatore on-line VHF GMDSS è disponibile gratis in Internet.
L'e-learning riveduto. L'e-learning e le università virtuali corrispondono alle aspettative?
Nel momento di massimo apogeo del "puntocom", Peter Drucker aveva presagito (1997) che "le università erano destinate a soccombere […] come istituzioni residenziali" (vedi The Guardian, 13 aprile 2004), e altri autori, sulla stessa linea, pronosticavano che le università sarebbero diventate fornitrici di contenuti e di apprendimento a produttori di "learningware" con fini di lucro.
Alla fine degli anni '90 varie unità degli USA fondarono imprese commerciali, da sole o in collaborazione con altre università, istituzioni culturali e ditte fornitrici di e-solutions. Per esempio, la New York University investì 20 milioni di dollari in NYU Online, mentre la Columbia University spese 40 milioni di dollari per fondare Fathom insieme ad altri 14 enti (università, biblioteche e musei). Nessuno di questi atenei ha mai creato un corso di e-learning. Parallelamente, la Cornell University ha investito 12 milioni di dollari in eCornell senza ottenerne in cambio un numero significativo di studenti. Fallito anche il tentativo, intrapreso dall'Open University del Regno Unito, di fornire prodotti di apprendimento al mercato statunitense, con una perdita di circa 20 milioni di dollari.
Una delle poche fornitrici di e-learning a trionfare negli USA è stata l'University of Phoenix, il cui successo sembra dipendere dal fatto di essersi dedicata a un mercato limitato e specializzato all'interno del proprio terreno: business e sanità.
Nello stesso tempo, il Consiglio europeo approvava un piano di grande portata chiamato eEurope. Una società dell'informazione per tutti (Lisbona, marzo 2000) con il proposito di "diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo" nel 2010. A maggio dello stesso anno la Commissione europea pubblicò una comunicazione intitolata: e-Learning. Concepire l'istruzione del futuro.
Parallelamente a tali iniziative politiche, ma senza la coordinazione della Commissione europea, furono intrapresi molti progetti nazionali europei di e-learning: per esempio, l'e-University del Regno Unito (UKeU), l'Università Digitale dei Paesi Bassi, l'Università Virtuale di Bavaria, l'Università Virtuale della Finlandia e la Net-University della Svezia.
Cinque anni dopo, l'UKeU ha chiuso i battenti. Quella che era stata presentata come l'erede mondiale dell'Open University nel XXI secolo non ha mai ricevuto appoggio finanziario da soci commerciali e ha attirato appena 900 studenti, quando le aspettative erano di 5000. Il costo dell'operazione è stato di 60 milioni di sterline, provenienti da fondi pubblici.
La Dutch Digital Universiteit –un consorzio di università dei Paesi Bassi, insieme a imprese del settore IT e a case editrici– non ha un volume significativo e i suoi soci stanno pensando di ritirarsi.
L'Università Virtuale della Finlandia e la Net-University della Svezia –entrambe iniziative governative– hanno incrementato il numero di corsi on-line, nel tentativo di attirare studenti di altre istituzioni e regioni del paese, ma la tanto attesa collaborazione istituzionale è tuttora inesistente.
Nell'Università Virtuale di Bavaria –un'altra iniziativa governativa– la quantità di corsi offerti attraverso l'e-learning a studenti di tutte le istituzioni della Bavaria è stata incrementata con successo, ma non vi sono stati effetti collaterali relativamente al miglioramento della collaborazione interistituzionale.
La lezione più importante delle università virtuali europee e delle esperienze di e-learning citate è che nessuna di queste iniziative ha raggiunto livelli di sostenibilità; se l'appoggio dei governi viene a mancare, non potranno sopravvivere.
Considerazioni sullo sviluppo dell'e-learning
Nella presentazione davanti alla Conferenza e-Learning di Bruxelles (maggio 2005), Fabrizio Cardinali, della Giunti Interactive Labs (Italia), definiva lo sviluppo dell'e-learning alla fine degli anni '90 come "un'onda gigante", e il suo sviluppo agli inizi di questo secolo come uno "tsunami".
Ma in una relazione pubblicata già nel 2001, l'OCSE rilevava le difficoltà di portare a termine l'e-learning: "Sebbene nel 1999 siano stati spesi 16 miliardi di dollari in TIC nei paesi dell'OCSE, non c'è [...] nessuna prova definitiva del fatto che dagli investimenti in TIC effettuati dal settore pubblico sia derivato un migliore rendimento degli insegnanti e/o degli studenti, né che ne sia derivato un miglioramento della qualità e dell'accesso alle risorse formative nella misura pronosticata" (e-Learning. The Partnership Challenge, 2001, p. 24).
Successivamente, nel 2005, un'altra relazione dell'OCSE: e-Learning in Tertiary Education. Where do we stand? ha analizzato lo stesso problema:
"In realtà, fino ad oggi l'e-learning non ha rivoluzionato né l'apprendimento né l'insegnamento. Gli originali e ambiziosi metodi di insegnamento e di apprendimento che dovevano scaturire dalle TIC sono allo stato embrionale o devono essere ancora inventati. […] L'adozione di sistemi di gestione dell'apprendimento (SGA) [...] sembra essere una delle caratteristiche più notevoli dello sviluppo dell'e-learning nell'istruzione superiore su scala mondiale. [...] L'attuale immaturità dell'apprendimento on-line viene dimostrata dalla scarsa adozione di sistemi di gestione di contenuti [...]. Le TIC hanno preso piede nell'istruzione superiore, ma il loro impatto è stato maggiore nei servizi amministrativi (per esempio ammissioni, iscrizioni, pagamento tasse, acquisizioni) che negli aspetti pedagogici basilari dell'aula" (p. 14-15).
Sebbene le relazioni esprimano scetticismo per quanto riguarda l'integrazione delle TIC nell'insegnamento e nell'apprendimento superiori, sottolineano la fiducia generalizzata nell'uso di tecnologia formativa. Si identificano come cause principali dell'insuccesso dell'e-learning l'ossessione per la tecnologia e la mancanza di specificità culturale: "Di per sé, la tecnologia non conduce al successo nell'istruzione. È utile per l'istruzione solo se studenti e insegnanti possono usarla per qualcosa di utile. [...] I contenuti pedagogici e i servizi di e-learning [...] devono essere adattati alle necessità e alle culture locali" (e-Learning. The Partnership Challenge, 2001, p. 24-25).
Nell'ambito del dibattito creatosi in Gran Bretagna dopo il fallimento di UKeU nel 2004, il National Funding Council spiegava, con una certa amarezza, che la mancanza di interesse per l'e-learning era una conseguenza del fatto che le università puntassero sull'apprendimento misto. Eppure, già nell'inaugurazione del Learntec Forum di Karlsruhe –4 febbraio 2003– il commissario Reding aveva sostenuto l'apprendimento misto come il futuro dell'e-learning:
"Le moderne soluzioni di e-learning riconoscono adesso l'importanza dell'apprendimento in quanto processo sociale, e offrono possibilità di collaborazione con altri discenti, di interazione con i contenuti delle materie e di guida da parte di insegnanti, formatori e tutor. [….] Ancora una volta, insegnanti e formatori svolgono un ruolo fondamentale e fanno uso dell'interazione virtuale e di quella tradizionale con i loro studenti mediante un approccio "misto". Una prospettiva in cui non vengono più visti semplicemente come consumatori di contenuti predestinati di e-learning, bensì come editori, autori e partecipi di uno scenario di apprendimento contestualizzato."
Non bisogna interpretare questa affermazione della signora Reding nel senso di una completa decadenza dell'e-learning o dell'educazione on-line, ma piuttosto come un riconoscimento della necessità di interazione tra insegnanti e studenti, e della condivisione di responsabilità del processo di apprendimento. Non dovrebbe essere neppure interpretata come un segno di perdita di fiducia nelle TIC come veicolo per tradurre in realtà l'idea di società della conoscenza che ha la Commissione.
Le relazioni dell'OCSE e l'affermazione della signora Reding indicano che il successo dell'e-learning dipende dallo sviluppo pedagogico e da una maggiore integrazione della tecnologia nelle esperienze di apprendimento precedenti degli studenti.
Tentativi di approfondire maggiormente i problemi dell'e-learning
Parallelamente agli esperimenti compiuti con università virtuali, negli ultimi decenni molte università –specialmente le università aperte– hanno applicato soluzioni di e-learning nei loro programmi, spesso con una componente di approccio misto. Permettetemi di citare il caso dell'Open University del Regno Unito (UKOU).
Più volte il successo dell'UKOU è stato considerato una conseguenza diretta dei materiali di insegnamento ben elaborati e dell'utilizzo deliberato di tecnologia educativa a un ritmo adattato alle necessità dello studente. Voglio comunque sottolineare che questa interpretazione ignora una caratteristica fondamentale del concetto dell'UKOU: l'integrazione di attività di apprendimento nei materiali e nei tutorial, e la capacità di far sì che tali attività di apprendimento abbiano una rilevanza culturale. Il successo dell'UKOU è associato all'applicazione di una prospettiva costruttivista-sociale dell'apprendimento. Sono passati dal concetto di apprendimento basato sull'acquisizione di conoscenza a quello di costruzione della conoscenza.
Le difficoltà cui vanno ora incontro molte delle iniziative di e-learning e di insegnamento on-line prima citate sono state il risultato del considerare l'apprendimento, e particolarmente l'e-learning, più come un processo di trasmissione della conoscenza che di costruzione della conoscenza; si è insistito troppo sul concetto di corsi indipendenti e sull'apprendimento basato sulle risorse. Questo punto di vista è stato sostenuto, da una parte, dal relativo successo dei corsi brevi, immediati e di orientamento pratico, disponibili in Internet o in CD-Rom, e dall'altra dall'interesse per gli oggetti di apprendimento –risorse pedagogiche riutilizzabili– come possibile modo di ridurre i costi di insegnamento.
Non intendo con questo sminuire i risultati del concetto di oggetto di apprendimento, bensì mettere in discussione il concetto di apprendimento incorporato attraverso l'applicazione della teoria del progetto formativo: "Il progetto formativo si basa sulla presunzione empirica del fatto che il comportamento è pronosticabile, e che quindi il progetto didattico può avere luogo separatamente dall'esecuzione didattica" (Koper, 2000, p. 14), però “[…] una grande quantità di apprendimento non proviene affatto dalle risorse di conoscenza, ma è il risultato delle attività svolte dai discenti per la soluzione di problemi, in interazione con dispositivi reali, in interazione con la loro situazione sociale e lavorativa. […] Sono le attività degli studenti all'interno dell'ambiente di apprendimento le responsabili dell'apprendimento" (Koper) 2001, p. 3).
Le risorse educative (oggetti di apprendimento) sono attive nel processo di apprendimento solo quando gli studenti le usano per fare qualcosa di utile. La creazione di attività di apprendimento rilevanti diventa essenziale. Le attività di apprendimento produttive mobilitano le capacità (stato di conoscenza, eredità culturale, ecc.) degli studenti e creano un dialogo con la nuova risorsa didattica come base dell'apprendimento. Con questo mezzo, insegnanti e tutor ritrovano una posizione di responsabilità rispetto all'organizzazione del processo di apprendimento. Scelgono le risorse pedagogiche pertinenti e creano le attività di apprendimento necessarie per ottenere determinati obiettivi formativi.
Le tecnologie per migliorare l'apprendimento dell'e-learning dovrebbero moltiplicare queste realtà del processo di apprendimento –interazione, comunicazione, collaborazione e costruzione– per avere successo e rispondere alle aspettative che la società della conoscenza nutre rispetto all'apprendimento basato sulle TIC nel futuro.
Citazioni
Bang, J. (2005): eBOLOGNA – “Creating a European Learning Space. A Step Towards the Knowlegde Society”, in: UNESCO between Two Phases of the World Summit on the Information Society, Saint Petersburg, Russia, 17-19 May, 2005, Moscow 2005, p. 137-143 (ISBN 5-901907-14-0).
Bang, J. & Dalsgaard, C. (2006): “Rethinking e-learning. Shifting the focus to learning activities”, in: O Murchú, D. & Sorensen, E. (eds.). Enhancing Learning Through Technology, Idea Group, Inc, 2006 (in print).
“e-Learning: The Partnership Challenge” (2001), OECD (online), March 1, 2005.
“e-Learning in Tertiary Education. Where do we stand?” (2005) OECD.
Koper, R. (2000): “From change to renewal: Educational technology foundations of electronic environments”. (Online), February 23, 2004.
Koper, R (2001): Modeling units of study from az pedagogical perspektive. The pedagogical meta-model behind EML, Educational Thechnology Expertice Centre, Open University of the Netherlands, 2001. Online.
Reding, V. (2003): “Is e-learning going mainstream?” Opening of the Learntec Forum, Karlsruhe, 4 February 2003. (Online), September 14, 2003.
Dossier di elearningeuropa.info - Università: Le università virtuali e le TIC nell'insegnamento universitario in Europa
Come sostiene la UNESCO Virtual University, “l'uso delle TIC nell'università può offrire maggiore flessibilità agli studenti, oltre a interessare studenti al di là della zona abituale di influenza. Tuttavia, gli istituti devono sviluppare e applicare politiche adeguate, nonché pianificare e gestire in modo efficace un nuovo modo di insegnare e di imparare”.
La redazione di elearningeuropa.info ha raccolto alcuni articoli su questo argomento, pubblicati precedentemente sul portale. Qui troverete articoli sull'implementazione dell'e-learning nell'insegnamento universitario in vari paesi europei.
Insegnamento universitario / modelli educativi
Lo studio “Modelli virtuali delle università europee”, svolto negli anni 2002 e 2003 dalla società di consulenza danese Rambøll Management per la Commissione Europea e la DG Istruzione e Cultura, analizza l'uso attuale e potenziale delle TIC con finalità docenti e organizzative da parte delle università europee. Per esempio, vi si menzionano diversi gruppi secondo l'uso delle TIC nell'ambito dell'organizzazione e della docenza: università avanzate, università cooperanti, università autosufficienti e università scettiche. Cliccare qui per vedere una sintesi della ricerca en de es fr it
Sociologia medica / Cambridge (Regno Unito)
Tom Davies, del Public Health and Primary Care Department dell'università di Cambridge, parla dei suoi inizi nell'e-learning e dei risultati ottenuti a livello di organizzazione. La trasformazione di classi magistrali su sociologia medica in corsi on-line ha fatto sorgere diverse questioni tra corpo docente e studenti. Leggete l'articolo completo: “Some Personal Thoughts from a 'Traditional' Academic Moving Towards e-Learning” (en). Data della prima pubblicazione: 10 marzo 2003.
Necessità e competenze / Irlanda
Jim Devine parla delle sfide cui va incontro il sistema di istruzione superiore nel processo di adattamento alla società dell'informazione. Prende il sistema di istruzione superiore irlandese come esempio, e commenta le tendenze e la situazione. Leggete l'articolo completo: “Major Challenges Facing the Higher Education System in the ICT Era” (en). Data della prima pubblicazione: 30 aprile 2005.
Iniziative governative / Germania
Bernd Kleimann e Klaus Wannemacher descrivono come è stato implementato l'e-learning nelle università tedesche. Nell'articolo si riassumono le principali strategie di finanziamento, i programmi di sostegno nazionali e regionali, e gli ostacoli incontrati a livello di implementazione. Leggete l'articolo completo: “e-Learning at German Universities: from Project Development to Sustainable Implementation” (en). Data della prima pubblicazione: 5 settembre 2005.
Iniziative governative / Finlandia
Ventuno università finlandesi, con il sostegno del piano strategico di informazione per l'istruzione e la ricerca (2000-2004) del Ministero di Istruzione della Finlandia, hanno creato la Finnish Virtual University (FVU). Questa istituzione coordina le operazioni, per quanto la maggioranza delle attività della FVU abbiano luogo nelle università o siano progetti congiunti. Leggete l'articolo completo: “Finnish Virtual University: An Example of the Use of ICT to the Full in Education” en es. Data della prima pubblicazione: 28 giugno 2005.
Iniziative indipendenti / Polonia
Wojciech Zielinski, della Polish Virtual University, descrive come si è incominciato a implementare decisamente l'e-learning nell'insegnamento universitario in Polonia. Finora, in Polonia sono stati introdotti servizi di e-learning praticamente senza l’appoggio dello Stato, cominciando dalla definizione del concetto di e-learning in sé. Leggete l'articolo completo: “e-Learning in Poland: experiences from higher education” (en). Data della prima pubblicazione: 6 giugno 2005.
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- GlobalEnglish ha pubblicato un libro bianco scritto dal dottor David Nunan sul metodo comunicativo di insegnamento delle lingue (CLT - Communicative Language Teaching). Potete richiedere una copia gratuita in formato PDF di questo documento.
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“Si delega alla macchina un problema che è essenzialmente e resta purtuttavia didattico”<br>
Prof. Maragliano, una domanda all’apparenza banale: ma l’e-Learning funziona davvero? E – se sì – come si spiegano le allarmanti cifre riferite al drop-out dai percorsi di formazione on-line?
Potrei rispondere girandole la stessa domanda: ma la formazione in presenza funziona davvero? E con che risultati? Con quanti drop-out? Il problema è che non si può, ormai, fare a meno della rete, per la stragrande maggioranza delle attività umane, sia quelle materiali (o con effetti materiali) sia quelle ‘spirituali’ (diciamo così). Dunque, è improprio che si pensi, proprio per la formazione, di rinunciare a questa risorsa, ed è un lusso (che non ci possiamo permettere) l’indulgere in dubbi o perplessità pregiudiziali in proposito. Tanto più che, nell’ambito formativo, lo strumento ‘principe’ continua ad essere un medium, il libo, di cui tutto si può dire, ma non che è organico all’idea di una ‘presenza’: dov’è l’autore del libro su cui l’allievo studia mentre lui studia, e, ancora, dov’è l’insegnante che ha adottato quel libro, nel mentre l’allievo vi studia sopra? Certo, c’è il problema del drop-out relativamente elevato per i corsi on-line. E’ un dato di fatto, che va però interpretato. E non si può farlo evitando di prendere in considerazione altri dati di fatto: che spesso i corsi on-line non sono buoni, costituendo la meccanica trasposizione in rete di risorse pensate per altri media; che il livello di familiarità con la rete, da parte di non pochi allievi, è ancora piuttosto basso; che molti (sul versante dell’offerta) pensano che la rete sia nient’altro che una soluzione comoda ed economica per produrre e distribuire oggetti didattici e (sul versante della ricezione) un’ottima occasione per ricevere testi e immagini e suoni direttamente sul proprio desk. L’elenco potrebbe continuare. E’ evidente che le prerogative della rete sono ben altre. Conoscere e praticarle equivarrebbe a creare aspettative diverse, in ordine all’uso della rete per scopi formativi.
Quando si parla di e-Learning, spesso il discorso si sposta su argomenti come “le piattaforme”, “i formati di standardizzazione”, i “protocolli”. Certo, il ruolo delle tecnologie è importante, ma non le sembra che si corra il rischio di perdere di vista la didattica in virtù della tecnologia?
Sì, è vero, si delega alla macchina un problema che è essenzialmente e resta purtuttavia didattico. Ma c’è di più. Nella piattaforma, in ogni piattaforma, c’è più o meno nascosto un progetto di formazione, agisce in modo sotterraneo un’idea di didattica. Ha poco senso, dunque, discutere di standardizzazione e protocolli o anche piattaforme al di fuori di una presa in carico di concettualizzazioni pedagogiche. Per esempio, allo stato attuale la produzione/circolazione di learning object ha assunto dimensioni mitologiche, facendo intravedere un futuro ‘pulito’ in cui la rete potrà mettere l’universo dello scibile a disposizione di tutti, attraverso l’offerta di infinite tessere variamente componibili; bene, ma siamo sicuri che questo obiettivo risulti plausibile, accettabile, condivisibile anche all’interno di prospettive pedagogiche, che non si debba tener conto anche della parte di ‘sporco’ che inevitabilmente pesa sul ‘pulito’ (dunque dei rapporti stretti fra apprendimento informale, apprendimento non formale e apprendimento formale) ? È effettivamente questo, ciò che vogliamo, una rete in cui tutte i learning object sono bigi? O ancora: dovrà essere il tecnico di macchina a dire a me docente come porgere un determinato contenuto, a me autore come organizzarlo o sarà invece possibile che per il mio modo di porgere o di scrivere si trovi una soluzione tecnica adeguata? E, più in generale: saranno gli ingegneri a dirci come valutare i corsi on-line e i loro effetti sul piano dell’apprendimento? E se lo faranno, già lo stanno facendo, a quali parametri pedagogici faranno riferimento?
Cosa vuol dire sviluppare una “pedagogia” dell’e-Learning, e perché nel suo ultimo libro Lei parla di “pedagogie” (al plurale)?
Per le ragioni indicate nella risposta alla domanda precedente. Perché in ogni soluzione tecnica c’è un’opzione didattica. Tante soluzioni, altrettante opzioni. Dunque, ‘pedagogie’, al plurale. Non solo. Può avvenire che passando all’on-line si identifichino nuove prospettive, nuovi problemi di ordine pedagogico, non conosciuti o compiutamente indagati prima. Altre pedagogie, dunque. Tutto congiura a far sì che il plurale prevalga sul singolare. Per ora, diciamola in questo modo, l’e-learning è una soluzione pratica vantaggiosa, ma di un problema di cui ancora non conosciamo i connotati. Siamo appena all’inizio, in questa impresa: abbiamo delle risposte, ma non conosciamo ancora le domande di cui sono risposte. Errando, riteniamo talora che la formazione on-line sia una versione in chiave virtuale della formazione in presenza. E’ invece un’altra cosa, esattamente come il negozio in rete, che è più e altro della versione in chiave virtuale del negozio ‘reale’: conoscendolo e frequentandolo, ci si rende conto che non è solo il prolungamento spaziale e temporale dei servizi del negozio ‘terreno’, ma è anche una comunità, un club, dunque un punto d’incontro, discussione, confronto, dove si va non solo per comprare cose ma anche per incontrare gente, fare amicizia, riconoscersi negli altri. Paradossalmente si potrebbe sostenere che il carico di umanità è superiore nel negozio virtuale rispetto a quello reale. Vuoi vedere che fra un po’ qualcuno proverà a sostenere le stesse cose per la formazione on-line? E allora con che coraggio si difenderanno (per esempio, a livello universitario) le lezioni nelle aule stipate di trecento allievi, gli esamifici, l’estrema difficoltà a stabilire dialoghi diretti docenti/allievi, cioè “il bello della diretta”?
Nella progettazione di percorsi didattici multimediali on-line, è sufficiente pensare alla Rete come un nuovo supporto alla didattica tradizionale, oppure occorre un ripensamento profondo dei processi didattici nella loro interezza?
Da quanto ho detto fin qui non dovrebbe essere difficile capire che opto per la seconda soluzione. La virtualizzazione produce effetti dirompenti sul nostro rapporto con la ‘realtà’. Avviene con la scrittura, con l’immagine, con il suono riprodotto che non riducono ma amplificano le nostre prospettive di interpretazione, intervento e azione sul reale. Lo stesso vale per il digitale. Non riduce, ma addensa e ulteriormente problematizza il nostro approccio alla didattica. L’educazione on-line, quando sarà matura, porterà un gran bene all’educazione in presenza, ne sono sicuro: l’aiuterà ad essere più flessibile, reticolare e ‘aperta’ di quanto non le sia riuscito di essere fino ad oggi. La simulazione richiede infatti che ciò che fino ieri si presentava ai nostri occhi come compatto e inscindibile venga scomposto e governato in una logica di sistema: e allora, quante funzioni didattiche scopriamo, dentro e attorno alla figura ‘artigianale’ del docente? Quante modalità di apprendimento andiamo via via individuando, al di là di quelle che appartengono alla tradizione? L’e-learning non è un’educazione in presenza senza presenza. Piuttosto, sarebbe corretto dire che la presenza è il più delle volte un’educazione non virtualizzata e non virtualizzantesi, quindi limitata, senza risorse di concettualizzazione, poco problematica.
Qual è l’approccio dei docenti “tradizionali” rispetto ai nuovi modi di fare formazione? E come cambia la loro professione con l’e-Learning?
Cambiano molte cose, ma soprattutto cambia la prospettiva attraverso cui guardare alle cose. Cambia il rapporto con l’allievo, che non è più una realtà singola, autonoma, vergine rispetto alle cose da imparare, ma un tutt’uno con il gruppo, un intreccio di motivi e conoscenze, un processo che coinvolge nel suo stesso movimento le cose che vengono insegnate. Cambia il rapporto con le risorse per l’apprendimento, non più separate le une dalle altre, ma collegate, anzi collegabili in una prospettiva di rete. Cambia il focus dell’azione, non più solo sull’insegnamento e sulla sua organizzazione ma anche e soprattutto sull’apprendimento e le sue dinamiche, individuali e di gruppo. Basta questo per disorientare il docente ‘tradizionale’. Ritengo che questo disorientamento possa diventare un fatto salutare, se opportunamente guidato e problematizzato. Ma c’è una condizione alla quale non si può rinunciare, e cioè che prima di tutto il docente ‘tradizionale’ deve familiarizzare con la rete, farsela sua, insomma, e non per esigenze professionali, perché così vuole un ministro, ma per esigenze personali. Il computer deve diventare prima personal, uno strumento da usare per coltivare le sue curiosità, alimentare le sue propensioni, entrare in rapporto con altri, giocare, in un certo senso ‘vivere’, poi può diventare, anzi diventa naturalmente risorsa didattica per il singolo docente.
Nel rapporto tra docenti e tecnologia, in un suo intervento su Telèma di qualche anno fa, parla di un tentativo degli insegnati di “addomesticare la bestia” riferendosi al tentativo di riportare la Rete entro canoni noti e tradizionali, piuttosto che portare i modelli didattici nella direzione della rete. Da allora la situazione è cambiata, la bestia è stata addomesticata o ha avuto il sopravvento?
No, è impossibile addomesticare la bestia, perché essa è interiorizzata (lo dico anche ironicamente) nel corpo e nella mentalità dei giovani. Avremo un bel chiuderla nel laboratorio, quando il giovane la toccherà la bestia si sveglierà. E allora saranno guai per il docente tradizionale, quello che si illude di risolvere tutto con l’ora di informatica e il transito controllato nello spazio asettico di un laboratorio. Per questa ragione, sono contrario alla prospettiva di un’ecologia dei nuovi media: parlerei piuttosto di un’etologia, che consenta alla macchine/bestie di dare il meglio di sé nei loro ambienti naturali. La scuola e l’università dovrebbero fare uno sforzo per diventare, almeno in parte, ambienti naturali per l’esercizio dei nuovi (come dei vecchi) media.
Il suo collega Mario Morcellini de La Sapienza sostiene che tra i maggiori vincoli allo sviluppo dell’on-line learning vi sia la lentezza delle Istituzioni e l’assenza di una politica volta al superamento delle barriere culturali. Condivide questa visione?
Certamente, ma le istituzioni sono (fatte di) uomini. Se cambiano questi cambiano anche quelle. Per ora gli uomini, dico quelli addetti alla formazione, sono riottosi al cambiamento. C’è in gioco anche un problema ‘generazionale’: stiamo scivolando dentro una società di anziani, che guarda con sospetto e aggressività ai giovani e al loro mondo; sarà una questione di invidia? Non so. So però che i giovani non godono di ‘buona stampa’ e quindi non godono di buona stampa tutte le cose di cui essi si attorniano. Non mi sembra un esempio di salute sociale, questo. Ma il discorso, lo riconosco, è troppo complesso per essere affrontato qui.
Il futuro della Formazione
Immaginiamo per un istante di ricevere la visita a casa di un nostro antenato, una persona vissuta nel Settecento… molte cose lo colpiranno se non stupiranno: la luce si “accende” con un interruttore (invece di usare candele e stoppini), l’acqua esce da strani tubi (non si va più in cortile con un secchio), uno strano mobile – il frigorifero - conserva gli alimenti al freddo (senza più bisogno di usare ghiaccio e cantine), da una scatola – la radio - esce la musica (senza più bisogno di chiamare gli artisti), con un’altra piccola scatola – il cellulare – è possibile parlare dal vivo con altre persone (senza scrivere lettere o affidare la missiva ad altre persone o… piccioni!).
In strada poi il nostro fantomatico antenato potrà vedere altre scatole, queste decisamente più grandi, utilizzate per gli spostamenti delle persone (dove sono finite le carrozze e i cavalli?).
Senz’altro si può dire che il mondo è profondamente cambiato negli ultimi 2-3 secoli, molto più di quanto era avvenuto nei 10-15 secoli precedenti.
Solo in un posto il nostro antenato forse si troverebbe a suo agio: a scuola! Qui apparentemente poco è cambiato: il docente da una parte, i banchi, la lavagna, gli allievi dall’altra; non si usano più la bacchetta e i brutti voti per stimolare l’apprendimento, però si continua a leggere e studiare i libri, a sottolineare, a imparare a memoria…
Ho usato il termine “apparentemente”: pur in presenza di un contesto scolastico sostanzialmente simile a quello del passato, la presenza di nuovo scenari, soprattutto tecnologici, hanno in realtà cambiato profondamente le regole del gioco.
Basti pensare alla disponibilità di informazioni via Internet: una volta tutto lo scibile era racchiuso nei 700.000 “papiri” (libri) della Biblioteca di Alessandria, adesso la produzione di libri, dei quali molti messi a disposizione sulla Rete, è di circa 1000 unità al giorno!
Se a questo dato aggiungiamo l’informazione che, coi ritmi attuali, ogni 3 anni raddoppia complessivamente la conoscenza nel mondo, si può ben intuire come l’epoca in cui ci troviamo a vivere è caratterizzato da una enorme mole di informazioni perennemente e facilmente a disposizione.
Però… tutte queste informazioni, la disponibilità di così tanti dati, costituiscono un valore?
In senso generale no, anzi la sensazione che può facilmente sommergerci è quella di una esagerazione, di un eccesso di informazione: da qui l’importanza dell’adozione di modelli che ci consentano di scegliere quello che ci serve nel momento in cui ci serve.
L’apprendimento deve diventare un processo di continuo investimento personale al fine di rimanere aggiornati e “interessanti” per il mondo lavorativo: per ottenere ciò i nuovo paradigmi della Formazione debbono rendere possibile trasformare il quotidiano, far diventare vari momenti della giornata occasioni per imparare, aggiornarsi, migliorare.
E ciò senza stress… una delle parole d’ordine del futuro è “edutainment”, modalità che permette di passare dall’attuale “imparare perché bisogna farlo” all’“imparare divertendosi” (ed è già un bel passo avanti!) per arrivare al “divertirsi imparando”.
Come detto sopra, tutto ciò può essere raggiunto col supporto di nuove metodologie e l’adozione di nuove tecnologie.
Per passare dalla fase “imparare perché bisogna farlo” alla fase “imparare divertendosi” i paradigmi utilizzabili sono quello dell’eLearning, nella sua accezione più “nobile”, e quello delle Community.
Cosa intendo per accezione “nobile” del’eLearning? Mi riferisco alla modalità di apprendimento in cui la cosiddetta Formazione A Distanza (FAD) viene coniugata comunque con momenti formativi “frontali”, cioè in aula, tradizionali: solo con una opportuna miscela (il “blended learning o formazione mista) di aula e FAD è possibile creare scenari in cui da una parte il docente non è più l’unico punto di riferimento, bensì diventa un “facilitatore”, dall’altra il coinvolgimento e il senso di appartenenza riducono drasticamente il fenomeno, comunque purtroppo da mettere in conto, dell’abbandono, dell’interruzione di partecipazione ai processi formativi basati solo sulla FAD.
Il paradigma della Community, che trova la sua massima applicazione nel cosiddetto “modello Academy”, rinforza il concetto di partecipazione e contributi di tutti: non contano più solo le relazione tra docente e studente, bensì anche quelle tra studenti, con flussi di informazioni e comunicazione che trovano grandi sbocchi e nuove possibilità.
Nel modello Academy, reso disponibile tramite un sapiente uso della tecnologia che costituisce elemento abilitante e un cosiddetto “Portale della Conoscenza”, vicino alla presenza di numerosi strumenti di Community (FAQ o Frequently Asked Question, Forum, chat, newsletter, bacheche, “esperto risponde”, weblog, instant messaging), tutti strumenti opportunamente pensati appunto per gruppi di persone/studenti caratterizzati da vicinanza i interessi, capacità e obiettivi (con possibilità quindi di Comunità di apprendimento, di pratica e professionali), è possibile prevedere spazi redazionali e ambienti di gestione della conoscenza (knowledge Management).
Quale è l’importanza di tali ambienti? Di rispondere al quesito che ponevo sopra circa l’utilità di tutte queste informazioni costantemente disponibili e prepotentemente in aumento: il lavoro delle redazioni e la presenza di database di informazioni opportunamente selezionate e sapientemente gestite nel tempo (nel senso di presenza solo di un opportuno sottoinsieme di quelle che sarebbero tutte i dati disponibili su un certo argomento), aiutano in modo notevole nello scegliere ciò che serve nel momento in cui serve.
Ma la promessa insita nel futuro della Formazione non si ferma qui: ho parlato prima di una nuova fase, del passaggio dallo scenario “imparare divertendosi” a quello del “divertirsi imparando”… il tema è lungo e affascinante, però, sia perché queste mie riflessioni hanno già raggiunto una lunghezza che forse fare “mugugnare” il redattore Web, sia perché come diceva sempre la mia insegnate al Ginnasio “Filippo, più scrivi e più aumenta la possibilità che tu faccia errori o scriva “corbellerie”, sia perché affronterò il tema in modo approfondito in un successivo articolo (altro concetto tipico degli scrittori di romanzi: lasciare un minimo di “acquolina in bocca” per l’opera successiva…), mi limiterò solo ad alcuni cenni.
Avete presente i giochi per PlayStation, Nintendo, XboX? Bene, cosa ci impedisce di progettare nuovi percorsi di apprendimento, nuovi “learning object” in cui la metafora è quella di assegnare un obiettivo mettendo a disposizione del giocatore/discente una serie di strumenti, funzioni, abilità che possono crescere nel tempo (come avviene ad esempio negli “adventure game”)?
Esempi in tal senso sono già sotto i nostri occhi… si pensi ad esempio al famoso, e direi ormai “datato”, gioco del Flight Simulator: nato appunto per gioco, nelle sue versioni più evolute è utilizzato dall’Aereonautica Militare Americana per addestrare i futuri piloti di caccia (prima di rischiare la loro vita e un apparecchio che costa oltre 50 milioni di dollari!).
Il paradigma della “simulazione”, unito al concetto di “gioco”, insieme alle nuove grandi opportunità tecnologiche, quali il Mobile Learning su cellulare o palmare, la Web TV, la TV digitale interattiva non possono che farmi concludere affermando che nella Formazione ci aspetta un grande futuro… anche divertente!
Siete tecnocrati, riformisti oppure olisti?
È possibile catalogare in tre grappoli i punti di vista che servono da guida per pedagoghi ed esperti ogniqualvolta devono trattare il tema delle TIC e dell’educazione. Tali grappoli, tutt’altro che arbitrari, rispecchiano tre punti di partenza ben diversi fra loro, ognuno dei quali associato a prospettive per una “fusione” fra le TIC e l’educazione; ogni grappolo rappresenta uno dei tre paradigmi che, senza velare le nostre inclinazioni, abbiamo definito Tecnocratico, Riformista e Olistico.
1. Il paradigma Tecnocratico
Il paradigma tecnocratico è quello che contraddistingue le persone che schivano qualsiasi discussione sulla natura delle TIC, sulla loro auspicabilità o sul modo in cui i centri d’istruzione dovrebbero o dovranno cambiare a causa dell’integrazione delle TIC nell’educazione. Per loro, la rivoluzione delle TIC è qualcosa di assicurato, inevitabile e principalmente intrinseco di cambiamenti strumentali e comportamentali indispensabili (“lavorare con i computer o con Internet”); considerano i centri d’istruzione come qualcosa di presupposto, ignorano la questione degli auspicabili e preannunciati risultati “dell’incontro” fra il potere delle TIC e dell’educazione, e fanno appello esclusivamente a “finalità tecnocratiche” quali la proporzione di studenti distribuiti per ogni computer, l’ubicazione dei computer o la natura della connessione a Internet.
2. Il paradigma Riformista
Coloro che vengono inclusi in questo paradigma vedono le TIC come uno strumento in grado di dare una mano alla promozione della “giusta” didattica. Le parole chiave più di moda in questo contesto sono: “interdisciplinare”, “costruttivista” e “apprendimento collaborativo”. I riformisti considerano la rivoluzione delle TIC come una rivoluzione nella quale, intrinsecamente, non sono solo presenti nuovi strumenti e comportamenti, ma che offre anche un certo tipo di atteggiamento verso l’erudizione e la cultura in grado di servire da sostegno a un apprendimento costruttivo (generalmente senza percepire il bisogno di difendere tale punto di vista, poiché in molti casi viene presentato già come un assioma).
3. Il paradigma Olistico
Il paradigma Olistico caratterizza tutti coloro che, a differenza dei pedagoghi e degli scrittori che appartengono ai primi due paradigmi, generalmente offrono tutta una serie di affermazioni riguardanti la situazione socio-culturale e l’impatto determinante che su di essa hanno le TIC (approccio culturale). Offrono anche un punto di vista per quel che riguarda i valori auspicabili che dovrebbero servire da guida sulle decisioni in materia educativa (approccio ideologico). Non solo aspirano a munirsi di esaurienti teorie e di chiare raccomandazioni da dare al sistema educativo, ma non cercano nemmeno di evitare la critica alle teorie dei propri rivali (a differenza di ciò che fanno i primi due gruppi). Fra gli appartenenti a questo gruppo si trovano anche coloro che partono da approcci culturali e ideologici. Possono presentare sia un atteggiamento conservatore (come ad esempio nel caso di Postman, 1995), che uno radicale o estremamente radicale (vedi Aviram & Comay, 2000; Kristmundson et al., 2000).
Abbiamo denominato questi tre grappoli di punti di vista come atteggiamenti, mentre vengono definiti “paradigmi” le politiche proposte o già implementate che ciascuno di essi implica in riferimento alle TIC e all’educazione, poiché sono dissimili alla radice delle questioni principali. Per comprendere al meglio le visioni contrapposte, cerchiamo di capire cosa si nasconde dietro alla facciata, esaminiamo le congetture di ciascun gruppo in merito alle TIC e all’educazione. Come vedremo si tratta di opinioni ben differenziate, di gran lunga incongrue fra loro.
Opinioni che soggiacciono ai tre paradigmi
Quando si parla del mondo delle TIC, i propugnatori dei tre suddetti paradigmi danno (in maniera principalmente tacita) risposte opposte alle quattro domande seguenti relative alla natura della rivoluzione delle TIC, alla sua natura predeterminata, e al valore etico a essa intrinseco:
· La rivoluzione delle TIC è neutrale, non influisce sulle nostre vite, o si tratta invece di una rivoluzione determinante?
· La rivoluzione delle TIC è predeterminata o possiamo influire su di essa?
· La rivoluzione delle TIC può essere giudicata dal punto di vista etico?
· In tal caso, è qualcosa di buono o di cattivo?
Ecco qui di seguito esposte le opinioni dei tre paradigmi emergenti in merito alle suddette domande.
1. Il paradigma Tecnocratico: le TIC come “progresso” tecnologico
Il paradigma Tecnocratico difende implicitamente una posizione neutralista; in altre parole i tecnocrati non trattano in maniera seria ciò che altri considerano influenze determinanti della rivoluzione delle TIC (cioè il modo in cui sta determinando i principali aspetti della nostra vita), e non ritengono che le TIC abbiano un impatto profondo sulla nostra maniera di essere. Inoltre si tratta anche di un paradigma che implicitamente è determinista: chi ne fa parte, infatti, concepisce le TIC come una “forza necessaria” a cui si dovrebbe adattare il sistema educativo, e quanto prima lo farà, meglio sarà. Non immaginano nemmeno che la società potrebbe, se così lo decide, foggiare le TIC in base alle proprie esigenze e ai propri valori, e non credono che il sistema educativo sia in grado di canalizzare le influenze che portano con sé le TIC. Per spiegarlo in parole più povere, sono persone che comprano computer per i centri d’istruzione semplicemente perché esistono computer da comprare e che vengono acquistati per rappresentare il “progresso” o qualcosa che va “di moda”, senza porsi ulteriori domande o riflettere in maniera più approfondita sulla situazione.
È giustificato ritenere che coloro che fanno parte di questa categoria offrono implicitamente una risposta negativa alla terza domanda (quella riguardante la nostra capacità di giudicare da un punto di vista etico la rivoluzione delle TIC), e che la risposta offerta proviene sia dal loro aspetto determinista che da quello neutralista riguardo alle TIC, nonché dalla mancanza di interesse in questioni relative ai valori e ai traguardi educativi principali. Per questo motivo, nel loro studio del settore, Riffel e Levin (1997) arrivano alla conclusione che “gli imperativi tecnologici (disporre dell’ultimo modello e del più potente computer) si impongono su obbiettivi educativi poco chiari… Il fondamento educativo generale degli sforzi [“dei centri d’istruzione”] non è chiaro.”
2. Il paradigma Riformista: le TIC per la promozione della didattica costruttivista
Il paradigma Riformista si basa sulla comprensione di taluni aspetti della natura determinante delle TIC, e si tratta quindi di una posizione non neutralista. È anche determinista, poiché coloro che ne fanno parte credono che nessuno di noi sia in grado, o debba avere voce in capitolo riguardo all’evoluzione generale della tecnologia. Se sussiste traccia di un determinismo in questo atteggiamento, non riposa sull’idea che hanno i riformisti del rapporto fra tecnologia e cultura, ma piuttosto nell’uso educativo che se ne può fare. Molti di loro credono che da quando ha fatto la sua apparizione la tecnologia, i centri d’istruzione devono imparare a realizzare con essa cose interessanti e convenienti. Si chiedono a cosa può e a cosa deve servire lo scopo educativo delle TIC, e la loro risposta è che le TIC si possono utilizzare per la promozione di un’auspicabile didattica (costruttivista).
Da quanto fin qui esposto se ne deduce che presuppongono risposte positive sia alla terza che alla quarta domanda. In altre parole, anche questo gruppo percepisce le nuove tecnologie come un “avanzo”, e per questo motivo realizzano un giudizio etico sulle TIC. Inoltre ritengono che le TIC influenzino positivamente, poiché stimolano le tendenze costruttiviste o almeno è quello che potrebbero fare in potenza. Su questo punto di vista riposa la domanda fatta dagli editori del progetto di ricerca SITES nel capitolo conclusivo: “La nostra educazione è all’altezza del proprio potenziale innovativo?”. (Pelgrum & Anderson, 1999)
3. Il paradigma Olistico: le TIC come un mezzo per ridefinire la nostra cultura e le nostre vite
Il terzo paradigma, quello Olistico viene definito in base alla propria non neutralità, poiché i suoi difensori considerano le TIC come una delle principali forze in grado di determinare la nostra cultura. Possiedono una visione sostanzialmente non determinista, sebbene esistano diversi olisti con un diverso grado di indeterminismo. Postman (1995) crede che sia impossibile proteggere la parte positiva delle “istituzioni e del patrimonio culturale americano”, e allo stesso tempo mantenere un livello di sviluppo tecnologico senza freni, ed è a favore di un serio dibattito in merito ai pro e i contro della tecnologia e sul modo in cui questa modifica la nostra percezione del mondo. Aviram & Comay (2000) si stanno sforzando per dare vita a “strategie volte a canalizzare l’inevitabile rivoluzione [delle TIC] verso una direzione vantaggiosa dal punto di vista sociale e umano” (in corsivo nell’originale). C’è chi potrebbe pensare che si tratti due tipi diversi di indeterminismo: uno rigido, nel caso di Postman, poiché l’appello che lancia per intavolare un dibattito sociale sui fondamenti della rivoluzione delle TIC si basa implicitamente sull’idea che la società dovrebbe modificare tali fondamenti; e uno più flessibile, nel caso di Aviram e Comay, poiché già si dà per scontato che esistono determinati fondamenti, mentre ciò che più si deve fare è canalizzare il processo basato su di essi.
Logicamente gli autori che appartengono a questo gruppo non evitano il dibattito per stabilire quali sono i valori educativi maggiormente auspicabili. Dopo averli evidenziati, valutano la rivoluzione delle TIC in base a essi, rispondendo quindi in maniera positiva alla terza domanda. Secondo loro, appartengono a un gruppo che spazia dal neutrale, al negativo al positivo. Per questo motivo Hermant de Callatay (2000) ritiene che la “tecnologia dovrà essere posta al servizio di finalità educative. Non può essere altrimenti” (un giudizio piuttosto neutrale). Postman crede che le TIC siano nocive a causa della loro influenza sulla cultura in generale (Postman, 1992) e sull’educazione, mentre noi crediamo che sia portatrice sia di un potenziale positivo che di uno negativo e che il suo impatto sulla società e sull’educazione dipenderà in gran parte sul modo in cui sapremo canalizzarne l’introduzione nell’ambito educativo. (Aviram, 2000).
Le differenze fra i tre gruppi sono evidenziate nella tabella 5, in cui vengono riepilogate le loro premesse e i loro rapporti.
Olisti | Riformistie | Tecnocrati | |
Il sistema educativo è in grado di sopravvivere così com’è? | No | Sì, con alcune modifiche dal punto di vista didattico | Nessuna opinione (è implicita una risposta positiva) |
Il sistema educativo deve essere in grado di durare? | Sì / No(a seconda dei valori di ogni scrittore) | Sì, con alcune modifiche | Nessuna opinione (è implicita una risposta positiva) |
La rivoluzione delle TIC è neutrale o determinante? | Determinante | Determinante | Neutrale |
La rivoluzione delle TIC è predeterminata? | Non è determinata | Predeterminata | Predeterminata |
È possibile giudicare da un punto di vista etico la rivoluzione delle TIC? | Sì | Sì | Nessuna opinione |
È positiva la rivoluzione delle TIC? | Sì / No(a seconda dei valori di ogni scrittore) | Sì | Nessuna opinione (è implicita una risposta positiva) |
| TABELLA 5: tesi |
Conclusione: l’esigenza di un discorso razionale
Fin qui abbiamo descritto in generale i tre paradigmi presenti nel settore delle TIC e dell’educazione, e ne abbiamo esposto le principali discrepanze in merito a tali ambiti.
I concetti più importanti della razionalità e della scienza fanno sì che, quando vi sono tre teorie in competizione in un campo scientifico ben definito, sia necessario un dibattito fra i difensori delle varie correnti. Se visto sotto questa ottica, il settore delle TIC e dell’educazione è una chiarissima eccezione. Fondamentalmente non esiste nessun discorso razionale fra i diversi punti di vista relativi all’introduzione delle TIC nell’educazione. Ciascuno dei propugnatori delle tre diverse teorie esposte in precedenza assume la propria posizione, sia essa in maniera esplicita o implicita, ma non sembra che sia cosciente e/o preoccupato di fonte all’esistenza di teorie in competizione. La maggior parte degli autori, soprattutto nel caso dei Tecnocrati e dei Riformisti, sebbene, per certi versi si possono includere anche gli Olisti, non possiedono prospettive di metalivello al posto del loro punto di vista nella questione, cosa che d’altronde rappresenta una pietra angolare dell’atteggiamento razionalistico-scientifico (vedi Aviram & Talmi, non pubblicato).
La questione relativa all’evoluzione del settore non è solo di tipo teorico, ma anche, ovviamente, pratica. L’assenza di discussione razionale è vera non solo per quel che riguarda il dibattito teorico, ma lo è tanto di più da un punto di vista pratico (e come potrebbe essere altrimenti se i professionisti non sono in grado di contare su un dibattito teorico sistematico?). I centri d’istruzione, i quartieri, le regioni e i paesi sviluppano e implementano i prodotti relativi alle TIC e i modelli di un’educazione basata sulle TIC, ma a causa della fondamentale mancanza di cultura di un discorso razionale e di uno sviluppo razionale, nella stragrande maggioranza dei casi non sussistono chiare evidenze di un miglioramento in atto sui modelli già esistenti. Stando così le cose, non si sta facendo altro che rimuovere una situazione stagnante, senza apportare linfa vitale al contesto generale.
Le diverse politiche di implementazione scaturenti dai diversi punti di vista hanno un enorme impatto sul futuro del sistema educativo e, a lungo andare, sulla società. Vista la relazione di risultati estremamente ambivalenti (per usare un eufemismo) nell’introduzione produttiva delle TIC nell’educazione negli ultimi venti anni, nonché l’enorme quantità di investimenti in gioco, non ci possiamo permettere il lusso di continuare a trattare questo processo con la frivolezza e la sconsideratezza che attualmente vige un po’ dappertutto (abbiamo sviluppato questo argomento in Aviram & Talmi, non pubblicato). È di vitale importanza il saper guardare oltre la facciata del processo di introduzione delle TIC nell’educazione; è necessario esporre i fondamenti dei diversi punti di vista che hanno condotto questo processo fino al punto attuale, e dobbiamo stimolare un continuo dibattito razionale e critico fra di essi. Per poter prendere serie decisioni atte a implementare le TIC, prima di tutto dobbiamo avviare un discorso razionale fra le diverse teorie e formare un modello per l’introduzione delle TIC in grado di rispecchiare lo state-of-the-art nel settore.OlistiRiformistie
| TABELLA 5: tesi |
Aviram, A. & Talmi, D. (nella stampa). “ICT and Education - The Lacking discorse”, in J. Hernandez e Goodson (editori) Geographics of Educational Change. Londra: Kluwer.
Riffel, A. & Levin, B. (1997). “Schools coping with the impact of information technology. Educational Management and Administration”, 25 (1), 51-64.
Pelgrum, W. J. & Anderson, R. E. (editori). (1999). “ICT and the emerging paradigm for life long learning: A worldwide Educational assessment of Infrastructure, goals and practices”. Enschede, Paesi Bassi: Printpartners Ipskamp.
Il nuovo paradigma dell'apprendimento nell'educazione scolastica
Le conclusioni della ricerca suggerivano una chiara evoluzione verso un nuovo paradigma dell'apprendimento. Questo nuovo paradigma dell'apprendimento rappresenta un allontanamento dall'istruzionismo a vantaggio del costruttivismo. Pare quindi che le vedute costruzioniste del futuro sistema educativo siano generalmente condivise.
Che cos'è un ambiente di apprendimento?
Le caratteristiche comuni a tutte le definizioni teoriche dei nuovi ambienti di apprendimento tendono a mettere in evidenza che un ambiente di apprendimento è un luogo o una comunità dove vengono portate a termine varie attività con lo scopo di favorire l'apprendimento, e in cui gli agenti hanno accesso a numerose risorse. Vengono messe in risalto anche la prospettiva costruzionista dell'apprendimento e l'utilizzazione delle TIC.
Verso un nuovo paradigma dell'apprendimento
Le considerazioni comuni fanno riferimento a una serie di cambiamenti potenziali.
- Vedere gli alunni come individui. In primo luogo, si fa riferimento a un cambiamento nel modo di vedere gli alunni al fine di considerarli individui, e alle opportunità che hanno di partecipare più attivamente e di assumere maggiori responsabilità nel proprio processo di apprendimento.
- Pianificare l'apprendimento in funzione di stili di apprendimento individuali. Questo aspetto sembra essere strettamente associato a una seconda caratteristica fondamentale del nuovo paradigma dell'apprendimento: l'ottica di un apprendimento differenziato che sottolinea la necessità di pianificare l'apprendimento in modo diverso per ogni allievo, permettendogli così di lavorare secondo il proprio ritmo e il suo stile di apprendimento individuale. Questa percezione si basa su un concetto di intelligenza più ampio di quello della tradizionale intelligenza letteraria.
- Prestare attenzione alla partecipazione sociale. Nello stesso tempo si presta una maggiore attenzione alla partecipazione sociale, e quindi al lavoro con le capacità di comunicazione e di collaborazione dei bambini.
- Cambiamento del ruolo dell'insegnante. La percezione del ruolo più adeguato dell'insegnante sta cambiando: si sta passando da un'elaborazione delle conoscenze "da insegnante ad alunni" a processi più "basati sul gruppo" o "da alunno ad alunno", dove gli insegnanti agiscono in modo più sistematico come consulenti, guide e supervisori, oltre a creare l'ambiente necessario al processo di apprendimento dei loro allievi.
- Dalla riproduzione alla costruzione di conoscenza. Un aspetto importante della migrazione a un altro paradigma di apprendimento è un tipo di approccio diverso, che si allontana dal contenuto e dalla capacità di riprodurre dati e nozioni per orientarsi verso la creazione di conoscenza. Gli alunni devono partecipare attivamente alla costruzione di conoscenza attraverso il proprio processo di apprendimento, lavorando sia da soli sia in gruppo. Sperimentare ed esplorare sono aspetti importanti di questa costruzione attiva di conoscenza.
- Riorganizzazione della situazione di apprendimento. Il nuovo paradigma dell'apprendimento presuppone che l'apprendimento potrà trarre vantaggio da una riorganizzazione della situazione di apprendimento che superi i modi di pensare tradizionali definiti nel curricolo, dagli approcci multidisciplinari, nonché da un'organizzazione e una programmazione del tempo (vuoi dell'apprendimento, vuoi del lavoro del corpo insegnante) radicalmente diverse.
Il ruolo delle TIC
A quanto pare, generalmente si ritiene che l'uso delle TIC presenti una notevole capacità di potenziare i cambiamenti precedentemente citati, o perfino di diventarne l'agente trasformatore nel cammino verso un nuovo paradigma dell'apprendimento. Secondo molti informatori della ricerca, le TIC sono il fattore iniziatore di una rivoluzione all'interno del sistema educativo. Tuttavia, la ricerca conclude che questo potrebbe accadere, ma non è assolutamente un fatto scontato. La conclusione è che le TIC possono sia appoggiare e mantenere i metodi tradizionali, sia essere un mezzo –o un aiuto– per trasformare i metodi pedagogici e l'organizzazione della situazione di apprendimento.
Come parte della ricerca sono stati compiuti sei studi di casi di migliori pratiche. I sei studi di casi hanno confermato le conclusioni preliminari della ricerca, e cioè: i nuovi ambienti di apprendimento non dipendono tanto dall'uso delle TIC in sé e per sé, quanto piuttosto dalla riorganizzazione della situazione di apprendimento e dalla capacità dell'insegnante di utilizzare la tecnologia come supporto per gli obiettivi pedagogici di apprendimento che trasformano le tradizionali attività di apprendimento.
Con gli studi di casi è stato evidenziato che, se si usano le TIC per rafforzare nuovi metodi innovativi di apprendimento e creare così nuovi ambienti di apprendimento in una scuola, il processo non ha nulla a che vedere con le TIC in quanto tali. Il cambiamento risultante era associato in modo molto più diretto allo stile di gestione, alla capacità e alla formazione del corpo insegnante, agli approcci pedagogici e ai nuovi stili di apprendimento. In tutti gli esempi di migliori pratiche, le TIC non erano un obiettivo in sé e per sé, bensì un semplice meccanismo per raggiungere degli obiettivi specifici di apprendimento.
Qui di seguito riassumiamo alcune delle caratteristiche generali di ambienti di apprendimento nuovi e innovativi in cui si fa uso delle TIC come supporto per nuovi modi di apprendimento: :
- L'uso delle TIC offre alle scuole l'opportunità di collegarsi in rete con altre istituzioni –enti culturali o altri centri educativi– e permette di accedere a nuovi modi di apprendimento / materiali multimediali.
- Malgrado ciò, spesso l'uso innovativo della tecnologia ha luogo unicamente all'interno dell'aula, e non è molto abituale tra le classi di una stessa scuola, tra scuole diverse, o tra scuole e altri organismi o enti.
- Le TIC vengono usate principalmente in attività di collaborazione e di comunicazione, produzione e ricerca di informazioni.
- Le TIC si usano meno frequentemente per giocare, per realizzare simulazioni e per altri usi sperimentali, anche se tali attività sono state riscontrate.
- Le TIC normalmente sono un catalizzatore del cambiamento, ma di per sé non ne determinano la direzione.
Principali sfide che attendono i nuovi ambienti di apprendimento
Ecco alcune delle maggiori difficoltà identificate nella ricerca:
- La necessità di valutare in termini nuovi. Le scuole sentono la necessità di valutare i processi di apprendimento degli studenti in un modo nuovo, consono ai nuovi metodi di apprendimento e non ancora riflesso negli attuali ordinamenti degli esami statali di nessun paese europeo.
- Il persistente attaccamento alla tradizione genera dei problemi per i nuovi ambienti di apprendimento, sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli allievi non ricevono alcun riconoscimento per le nuove competenze acquisite, per quanto siano ritenute importanti ai fini dello sviluppo futuro delle nostre società. In secondo luogo, alcuni insegnanti e genitori nutrono ancora dei dubbi sulla capacità dei nuovi metodi di garantire che gli allievi che frequentano scuole dove si applicano tali metodi possano ottenere, negli esami statali, risultati altrettanto soddisfacenti rispetto agli allievi di scuole che seguono metodi di apprendimento tradizionali.
- Dubbi sui nuovi metodi di apprendimento. Tra i genitori, e in occasione del dibattito pubblico sui nuovi ambienti di apprendimento, sono sorti dei dubbi circa la capacità delle scuole di sviluppare le competenze necessarie ai loro alunni per superare gli esami statali allo stesso livello di quelli provenienti da scuole che seguono metodi di apprendimento più tradizionali. Si dubita anche della capacità delle scuole di insegnare e offrire appoggio ai minori con esigenze speciali. Non rientrava tra gli obiettivi di questo studio valutare la fondatezza di tali dubbi. Tuttavia, gli alunni di due scuole degli studi di casi hanno ottenuto ottimi risultati negli esami statali: in entrambi i casi hanno occupato il secondo posto nella lista comparativa nazionale. Alcuni insegnanti sostengono che le TIC si sono rivelate uno strumento valido per aiutare i bambini con esigenze speciali di qualsiasi tipo. Per esempio, i bambini con dislessia possono trarre vantaggio da applicativi informatici che leggono testi a voce alta per aiutarli a migliorare la loro competenza di lettura, o che li aiutano a correggere l'ortografia. Anche i minori con altre esigenze speciali, come quelli affetti da problemi motori, possono trarre beneficio dall'uso delle TIC.
- Dubbi sulla riorganizzazione. In alcune delle scuole visitate sembra che esista un dilemma tra il desiderio di riorganizzare il modo di apprendimento e altre considerazioni varie. Per esempio, i genitori hanno espresso dei dubbi circa il valore di una riorganizzazione per tempo, età e materie, soprattutto perché stava loro molto a cuore la possibilità che i loro figli ottenessero, negli esami statali, voti altrettanto alti di quelli presi dagli alunni di altre scuole. Inoltre, a volte gli insegnanti mostrano resistenze di fronte ai nuovi modi di organizzazione, poiché comportano una maggiore mole di lavoro iniziale. Ciononostante, tutti gli insegnanti con i quali abbiamo parlato si erano avvantaggiati, sotto molti aspetti, di una collaborazione più stretta con i colleghi, e –in base alla loro esperienza– credevano che a lungo termine ne valesse la pena, dato che il lavoro si rivelava molto più interessante ed essi si sentivano più motivati.
- Difficoltà di un apprendimento indipendente. Suscita dubbi anche il fatto che la struttura e la motivazione occorrenti per un apprendimento indipendente possano comportare maggiori difficoltà per gli alunni con problemi di apprendimento, o che questi non si sentono motivati da un lavoro scolastico che giudicano noioso. Tutto questo si rivela più facile, per loro, in un ambiente di apprendimento individualizzato. In risposta a tale critica, le direzioni di alcune scuole hanno segnalato che proprio i minori con problemi di apprendimento si sono avvantaggiati dell'uso di approcci di apprendimento differenziati.
Questo articolo è una versione abbreviata dell'estratto della relazione. È possibile consultare il testo completo della ricerca “Nuovi ambienti di apprendimento nell'educazione scolastica” (8 MB).


